Nov. 5, 2008
L’elezion
e di Barack Obama, un nero, il figlio di un immigrato, alla presidenza degli Stati Uniti e’ la prova che nulla in America e’ impossibile e che il sogno americano e’ ancora vivo e vitale. E’ stato il presidente eletto a dirlo ai suoi sostenitori, nel discorso d’accettazione a Chicago, dopo essere salito sul palco con la moglie e le figlie, un’icona della famiglia, del successo, dei valori americani. Ma e’ stato un intero popolo a crederlo e a volerlo dimostrare, tributando al candidato democratico un trionfo alle urne. Barack Obama e’ cosi’ divenuto il 44.o presidente degli Stati Uniti, il primo nero a conquistare la Casa Bianca: un risultato storico.
Scegliendo Obama, l’America ha cambiato. Adesso, tocchera’ a Obama cambiare l’America, restituirla all’ottimismo e all’idealismo. Il presidente eletto ha ottenuto almeno 349 Grandi Elettori su 539 (per vincere, ce ne volevano 270), s’e’ aggiudicato molto nettamente il voto popolare (ha avuto il 52%, con un vantaggio di almeno sei milioni di suffragi); s’e’ imposto in tutti gli Stati contesi, strappando al rivale repubblicano John McCain l’Ohio e la Florida, la Virginia e l’Indiana (la geografia delle sconfitte democratiche nelle ultime due elezioni presidenziali). L’affluenza record ha allungato le code ai seggi nell’Unione e ha reso piu’ lento lo spoglio dei suffragi, ritardando l’annuncio della vittoria del candidato democratico.
La certezza, non matematica, ma politica, e’ stata acquisita quando il candidato democratico s’e’ imposto nell’Ohio, uno Stato chiave, lo Stato che tutti i candidati repubblicani divenuti presidenti hanno vinto. L’Ohio e’ stato il segnale della disfatta per il repubblicano McCain, arrivato all’Election Day in forte ritardo in tutti i sondaggi. E che neppure i suoi sostenitori ci credessero piu’ lo diceva la differenza di immagini tra l’attesa per Obama a Chicago, dove c’erano decine di migliaia di persone entusiaste, e l’attesa a Phoenix, dove i sostenitori di McCain erano pochi e disorientati. Per Obama, e’ stata quasi una valanga.
Per McCain, e’ stato un tracollo (e, certamente, l’epilogo d’una vita politica, anche se resta senatore): fra i repubblicani, e’ gia’ iniziato, sotto traccia, il posizionamento a chi sfidera’ il presidente nel 2012. L’America e’ andata al voto nel pieno d’una crisi finanziaria che le toglie fiducia e che deve ancora fare avvertire l’impatto sull’economia reale, mentre le difficolta’ militari e politiche in Iraq e in Afghanistan incrinano le certezze e le sicurezze di quella che e’ stata, e forse e’ ancora, la Super-Potenza unica. In un momento critico, con un esercizio di democrazia che la conferma fucina di coraggio per l’Occidente, l’America, al bivio tra l’esperienza e la novita’, ha puntato sul cambiamento: un presidente giovane, nero e relativamente inesperto, ma che e’ un simbolo di speranza e che impersona il sogno americano.
Alle urne e’ andata un’America nuova, mediamente piu’ giovane, piu’ commessa, piu’ etnica (i neri, ma anche gli ispanici), che Obama dovra’ guidare dal 20 gennaio, quando s’insediera’, fuori dalla crisi, ridandole fiducia in se stessa e rimeritandole la simpatia del Mondo. Nella scia del ritorno alla Casa Bianca, i democratici confermano e allargano le maggioranze alla Camera (almeno 15 seggi in piu’) e al Senato (almeno 5 seggi in piu’) e per la prima volta da 16 anni controllano il potere esecutivo e legislativo. Obama non sara’ un presidente solo, ma avra’ il Congresso dalla sua per realizzare il suo programma: non se ne conoscono ancora ne’ i dettagli ne’ gli interpreti, ma si sa che e’ un sogno, il sogno americano.
