«La cresta sul salario», così la definisce Salvatore Pasqualetto, segretario della Uil di Caltanissetta. Serve a «socializzare» i costi del racket perché vengano ripartiti equamente tra datori di lavoro e dipendenti. Ma può accadere che la tassa occulta che pagano ai clan le imprese vessate dal pizzo gravi esclusivamente sulle spalle di operai e impiegati costretti a inghiottire amaro e starsene zitti. La pratica non viene applicata nelle aziende di media o grande dimensione, ma «è diffusissima» nelle realtà industriali e commerciali «piccole e piccolissime», la maggioranza in un sistema produttivo «polverizzato» come quello siciliano. «I lavoratori non denunciano fin quando non vengono licenziati - chiarisce Pasqualetto - A quel punto si rivolgono al sindacato. Noi abbiamo avviato diverse vertenze all’Ufficio del lavoro, il contenzioso è alto».

Ecco come funziona il sistema: «Alla fine del mese i dipendenti ricevono la busta paga e l’assegno non trasferibile con il corrispettivo dello stipendio, poi vanno in banca per farselo cambiare e alla fine una parte dei contanti la restituiscono al titolare dell’impresa». La percentuale di detrazione - obbligatoria visto il ricatto della mancata assunzione o della perdita del posto di lavoro - «può corrispondere al 30% dello stipendio», spiega Pasqualetto. «Può raggiungere anche il 50%», rivela Marco Venturi, presidente della piccola impresa di Confindustria Sicilia. «Nelle aziende di costruzione poco serie e poco oneste si applicano sistemi diversi - racconta Andrea Vecchio, che guida l’Ance di Catania - Un primo metodo prevede che tu lavori 20 giorni al mese, io te li registro e te li pago tutti, ma se la busta paga risulta di 1200 euro te ne trattengo 250 o 300…». Ci sono possibili variabili, tuttavia: «in alternativa tu presti la tua opera per 20 giorni e io te ne registro solo 10. Te li pago quasi a tariffa normale, ma risparmio i contributi sugli altri». L’ultima opzione Vecchio la descrive così: «Ti assumo, ma lo faccio dopo che tu hai superato tre mesi di prova in nero: questo può accadere in quelle piccole imprese che hanno rapporti con clienti che non richiedono la fattura per il cento per cento del prezzo».

Modi diversi di risparmiare sul costo del lavoro, quindi, utili spesso a «scaricare» anche il peso del pizzo. «Stiamo parlando di realtà imprenditoriali che orbitano nel sottobosco del nostro mondo. Di insediamenti con quattro, sette, dieci operai al massimo - sottolinea il presidente dell’Ance Catania - Le imprese più strutturate, anche volendolo, non hanno la possibilità di praticare risparmi di questo genere». Nell’edilizia le aziende di dimensione medio-grande che pagano il racket rappresentano la stragrande maggioranza, ma la «cresta sul salario» non viene praticata generalmente al loro livello. Anche a Caltanissetta, dove pure mafia ed estorsioni rappresentano una vera e propria emergenza. Qui sindacato e Associazione industriali lavorano assieme per trasformare la provincia in una zona affrancata dai clan e da ogni forma di illegalità «che mortifica lo sviluppo e allontana gli investimenti». La «socializzazione dei costi del racket», di conseguenza, «rappresenta una realtà da far venire alla luce e da combattere».

La pratica «era già diffusissima ed è tornata a diffondersi negli ultimi tempi», spiega Venturi. Anni fa, quando i vertici siciliani di Confindustria tolleravano il pizzo e isolavano gli associati che non cedevano alle estorsioni - come avvenne per Libero Grassi - il silenzio calava normalmente sugli abusi salariali che gravavano sui dipendenti delle imprese iscritte. Nelle associazioni degli industriali oggi la situazione è cambiata anche da questo punto di vista, un’ulteriore prova della «legalità come presupposto dello sviluppo» che caratterizza la novità della gestione Lo Bello. «È immorale prima che illegale applicare i contratti sulla carta e decurtare sottobanco gli stipendi ai lavoratori - attacca Venturi, uno dei “quarantenni” al vertice del “sindacato” degli industriali - In questo modo nelle aziende si creano fondi neri che vanno ad alimentare le estorsioni. Da tre anni diciamo ai nostri associati che bisogna comportarsi in modo diverso rispetto agli altri».

Il «codice etico», varato dopo gli attentati subiti nell’agosto del 2007 da Andrea Vecchio, che da decenni risponde puntualmente «no» agli esattori del pizzo, prevede l’applicazione puntigliosa dei contratti, oltre a sanzioni per chi paga le estorsioni o collude con la mafia. La strada da percorrere è accidentata. le resistenze fortissime, le antiche concezioni del fare impresa dure a morire. Aumenta il numero di coloro che non pagano e denunciano i clan, ma la maggioranza va avanti come nel passato. «Le detrazioni sul salario che servono a pagare il pizzo determinano, tra l’altro, un circuito perverso che contrae ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori - sottolinea Venturi - e che si ripercuote negativamente su una realtà depressa economicamente come quella nissena. Non solo, il racket favorisce l’usura e la dipendenza economica dall’amico, o dall’amico dell’amico. Si alimenta l’illegalità, si contrae la libertà dell’individuo». La battaglia contro la mafia è culturale prima ancora che giudiziaria, spiegano ancora da Confindustria. C’è da rilevare - come conferma il sindacalista Pasqualetto - che “la cresta sul salario” riguarda «aziende commerciali e industriali di piccole dimensioni, tra le quali ci sono quelle che vogliono mostrarsi formalmente in regola con i contratti per non dare appiglio a vertenze sindacali, ma risparmiano sotto banco sul costo del lavoro perché non ce la fanno a tirare avanti. C’è, poi, chi mette insieme fondi utili per tutto ciò che legalmente non può essere pagato, dalle tangenti al pizzo».

Quanto ai dipendenti, questi «sopportano quel peso anche perché in Sicilia il lavoro scarseggia. In provincia di Caltanissetta, ad esempio, la disoccupazione è pari al 36,5%, un dato altissimo». Nel Nisseno, di converso, il numero di imprese che collaborano con magistratura e forze dell’ordine per inchieste sul racket risulta tra i più elevati. «Molti osservatori economici dicono che in questa zona non si può fare impresa, perché la mafia impone la mano d’opera e il pizzo - ricorda Pasqualetto - Abbiamo ragionato insieme, con gli imprenditori, il Comune, la Provincia e altre istituzioni, per capire come affrancarci dal malaffare. La nostra realtà deve essere posta pienamente sotto il controllo delle forze dell’ordine, ma non basta». Servono nuovi investimenti, ripetono imprenditori e sindacalisti, e questi «si possono attrarre con strumenti come la fiscalità di vantaggio, in modo da superare l’handicap di un territorio svantaggiato come il nostro». Pasqualetto pensa «a contributi assistenziali e pensionistici pagati dallo Stato per un certo numero di anni, alla riduzione delle tasse, all’abolizione delle imposte comunali. Su questa base il sindacato sarebbe disponibile anche a parlare di salario d’ingresso».

A Caltanissetta è stato formalizzato un tavolo permanente per raggiungere l’obiettivo della «zona franca». Il presidente è il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, il vicepresidente è Salvatore Pasqualetto. La proposta è stata tradotta in un disegno di legge depositato l’anno scorso in Parlamento, le Camere poi sono state sciolte, ma il progetto verrà ripresentato nelle prossime settimane. «C’è anche il problema dell’accesso al credito - spiega il segretario della Uil nissena - Un discorso è stato avviato con le banche, perché qui il tasso d’interesse è perfino più alto di altre zone della Sicilia. Una follia investire in questo territorio se i problemi non si risolvono. L’alternativa se non si dovesse intervenire? Quella che le carte continuerebbe a darle sempre la mafia…». Un disegno di sviluppo «ambizioso ma realizzabile», lo definisce Venturi. «La legalità è una precondizione - spiega l’imprenditore - Per questo non possiamo accettare che si paghi il pizzo o che i costi delle estorsioni vengano detratti dai salari. Con il sindacato oggi parliamo lo stesso linguaggio».

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Non c’è modo migliore di ricordare Paolo Borsellino, nel giorno del 16° anniversario della strage di via D’Amelio, per quello che è stato: un eroe, che ha consapevolmente sacrificato se stesso per combattere la mafia, il male peggiori della storia della Sicilia e del nostro Paese. Paolo Borsellino è stato un eroe. Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, gli uomini della scorta dedicati a garantire sicurezza del giudice Paolo Borsellino sono degli eroi. Giovanni Falcone è stato un eroe. Gli uomini della sua scorta sono stati degli eroi. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato un eroe. Pio La Torre è stato un eroe. Peppino Impastato è stato un eroe. Tutte le persone che hanno perso la vita combattendo la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta sono stati degli eroi. Le persone ancora in vita che ogni giorno combattono, denunciano, resistono contro la criminalità organizzata sono degli eroi. Questi, e non altri, sono gli eroi della nostra epoca. Gli esempi da seguire per ambire alla sconfitta definitiva della criminalità, della prepotenza, della vigliaccheria che tarpano le ali allo sviluppo e alla legalità nel nostro Paese. Era un pomeriggio afoso, quello del 19 luglio 1992. Una domenica pomeriggio come tanti in una Palermo semideserta. La gente affollava le spiagge di Mondello e del litorale. Era il pomeriggio in cui la mafia aveva deciso di colpire, di scrivere un’altra pagina nera della storia d’Italia. L’opinione pubblica era ancora scossa dal tragico omicidio del giudice Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta. Poco meno di due mesi dopo Capaci era giunto il momento di eliminare l’altro giudice simbolo della lotta a cosa nostra: Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone. Una Fiat Panda celeste imbottita di tritolo, e non una Fiat 126 come erroneamente dichiarò la stampa, esplose in Via d’Amelio, strada in cui viveva la madre di Borsellino, dalla quale quella domenica il giudice si era recato in visita.. Oltre a Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è Antonino Vullo. La bomba venne radiocomandata a distanza ma ancora oggi non si è fatta chiarezza su come venne organizzata la strage, nonostante il giudice sapesse di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per lui. C’è, inoltre, un particolare più inquietante di tutti gli altri: l’agendina rossa di Borsellino non venne ritrovata, probabilmente sottratta da qualche investigatore giunto tra i primi sul posto. Oggi, a 16 anni di distanza, è ancora - sempre - il momento del ricordo. Ricordare Paolo Borsellino vuole dire fare tesoro del suo esempio come patrimonio collettivo, vuole dire ripartire da lì per inasprire ed intensificare la lotta contro ogni tipo di mafia, vuol dire riprendersi la libertà vera, di cui questo Paese ha disperato bisogno. Abbiamo scelto due frasi, pronunciate proprio dal magistrato siciliano, che meglio di tante altre sintetizzano ciò per cui egli lottava e ciò che noi proveremo a portare sempre nel cuore. “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. “Io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o financo vorrei dire dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”. Con queste parole Paolo Borsellino concluse l’ultima intervista rilasciata al settimanale di approfondimento del Tg5, “Terra”. Era il 29 giugno 1992, venti giorni prima la strage di via D’Amelio. Veltroni: “Sue eredità è l’unico vero cammino che Italia possa seguire” “Il 19 luglio è per l’Italia un giorno triste nel quale si ha il dovere di ricordare con onore e gratitudine un uomo che ha incarnato con coraggio e spirito di sacrifico l’essenza vera di uomo dello Stato. La piena e completa condivisione dei valori che persone come Paolo Borsellino, e con lui Giovanni Falcone, ci hanno lasciato in eredità rappresenta l’unico vero cammino attraverso il quale il nostro Paese può trovare la forza e la capacità per sconfiggere una volta per tutte la mafia criminale e le sue ramificazioni. Ai familiari di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina va l’abbraccio commosso di tutto il Partito Democratico”. Lo ha affermato il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni, che in mattinata ha anche telefonato questa mattina al direttore di TeleJato Pino Maniaci, vittima di intimidazioni, per ribadirgli la sua personale solidarietà e quella di tutto il Partito democratico. E’ quanto comunica l’ufficio stampa del Partito democratico. Durante il colloquio Veltroni ha confermato a Maniaci “l’impegno assoluto e primario del PD a difesa della legalità e contro ogni forma di mafia”. Napolitano: “Magistrato esemplare, dolore e sgomento restano vivi nella memoria di tutti” “Nel sedicesimo anniversario del barbaro agguato di via D’Amelio a Palermo, che il 19 luglio 1992 spense la vita di suo marito e dei giovani agenti - Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina - dedicatisi alla sua sicurezza, desidero far giungere a lei, gentile signora e - suo tramite - a tutti i familiari dei caduti di quel giorno il mio pensiero commosso e partecipe. Rinnovare anno dopo anno il ricordo di Paolo Borsellino e della sua scorta costituisce il doveroso riconoscimento che il Paese tributa al dramma da voi vissuto e al coraggio con il quale avete saputo affrontarlo nei lunghi anni trascorsi. Il dolore e lo sgomento per la strage di via D’Amelio restano vivi nella memoria di tutti. La inaudita violenza con cui si colpì un magistrato esemplare, costantemente impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata, suscitò nel Paese - già segnato dal barbaro attentato di Capaci - una condivisa stagione di lotta contro la brutale spirale mafiosa. Ricordare tutti coloro che hanno pagato con il sacrificio della vita i servigi resi alle istituzioni contribuisce in modo determinante a diffondere la cultura della legalità contro ogni forma di violenza e sopraffazione. Le iniziative e la mobilitazione delle forze sane della società, e in particolar modo delle generazioni più giovani testimoniano la funzione rigeneratrice dell’esempio e dell’eredità morale che Paolo Borsellino ci ha lasciato. Con commosso ricordo sono vicino a Lei, gentile signora, ai suoi figli e ai familiari degli agenti caduti e, con questo spirito, le rinnovo i sentimenti di gratitudine e di solidarietà di tutti gli italiani”. E’ questo il testo della lettera che il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano ha inviato alla vedova di Paolo Borsellino, Agnese.

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